INTERVISTA A MATTIA ZOPPELLARO

L’INTERVISTA DEL CIRCOLO

MATTIA ZOPPELLARO E LE SOTTOCULTURE TRASFORMATE IN IMMAGINI D’ARTE

 

Un interessante Progetto che sta sviluppando il Presidente del Circolo Polesano degli Amici dell’Arte Giorgio Lazzarini, con la collaborazione del Direttivo, nel biennio di presidenza 2018/19, riguarda il Polesine, inteso dal punto di vista paesaggistico e antropologico, per offrire maggiore visibilità ad un territorio ricco di bellezze naturali, arte, cultura, tradizioni, persone e personaggi. Di recente è stata allestita, in occasione dell’ottobre rodigino, nella cornice della Pescheria Nuova, una mostra di fotografia e arti figurative “Il Polesine: paesaggio, monumenti, tradizioni e persone” che ha ottenuto lusinghieri apprezzamenti e al suo interno sono stati celebrati tre grandi artisti locali di recente scomparsi: Gabbris Ferrari, Giorgio Mazzon e Sergio Garbato. Il “Progetto Polesine” mira inoltre a dare risalto ai giovani talenti, che per i loro meriti sono conosciuti in Italia e all’estero ed hanno ottenuto importanti riconoscimenti. Alcuni di essi sono stati ospiti delle conviviali culturali del Circolo. E’ il caso di Nicola Gasparetto, studioso e storico, responsabile della Cittadella della cultura di Lendinara, che ha presentato il saggio “L’Anonimo del Novecento” dedicato al critico d’arte lendinarese Giuseppe Marchiori. Il regista Alberto Gambato, che ha approfondito il tema del cinema –documentario sul territorio polesano nella contemporaneità. Di recente è stato invitato al Circolo, Mattia Zoppellaro (classe 1976) rodigino, affermato fotografo e ritrattista di costume, la cui attività pubblicata sulle maggiori testate internazionali, viene di seguito raccontata alla scrivente in un’intervista.

DOMANDA – Chi è Mattia Zoppellaro, di “mestiere fotografo”?

RISPOSTA – Dopo gli studi classici, ho studiato fotografia all’ Istituto Europeo di Design di Milano e successivamente ho compiuto esperienze lavorative presso il Dipartimento di Fotografia di Fabrica (Centro di ricerche sulla comunicazione di Benetton) sotto la guida di Oliviero Toscani. Di seguito ho iniziato a scattare per Contrasto, una delle agenzie fotografiche più famose, immagini per le più importanti testate nazionali e internazionali e per etichette musicali di successo. Dal 2015 ho iniziato a svolgere mostre personali in Italia e all’estero (ndr – “XS” presso Fabrica Features a Lisbona, “Heroes? (Ritratti di Personaggi Famosi)” a Roma, “Scratches (Ritratti di Rockstars)” a Bergamo, “Appleby” a Cortona e molte altre), accanto a reportage foto giornalistici, che appagano la mia curiosità di conoscere nuove realtà e fare sempre nuove esperienze e conoscenze.

D – Quali sono state le motivazioni che lo hanno spinto ad occuparsi di fotografia?

R – La scintilla è scoppiata dopo la visione di un vecchio film americano di Alfred Hitchcock “La finestra sul cortile”, in cui il protagonista Jeff (James Stewart) costretto temporaneamente su una sedia a rotelle, si trasforma in un voyeur che osserva e spia il mondo dalla finestra della sua casa e riesce a risolvere e consegnare alla giustizia il colpevole di un omicidio. Tali caratteristiche sono intrinseche nella mia fotografia: scatto ciò che mi incuriosisce, mi sento fotografo da voyerismo, che non crea, non fotografa per denunciare, ma per conoscere e far conoscere.

D – E’ stato definito dalla giornalista Renata Ferri (IO Donna-magazine del Corriere della sera) un fotografo che si occupa di “gente per bene-gente per male”. Vuole specificare meglio la definizione?

R – Nei miei scatti, preferibilmente in bianco e nero, evito il fascino dell’idealizzazione stereotipata, scavo e indago gli esseri umani nascosti dietro le icone, non pretendo una posa rigida e preconfezionata, ma lascio che il personaggio si sveli come l’esito di un approccio ludico con la figura e creo un’empatia diretta tra osservatore e osservato. Quando fotografo, mi piace sovvertire i canoni di una persona, qualunque sia il suo ruolo nell’universo della politica, dello sport, dello spettacolo, la ritraggo con naturalezza, facendo emergere il lato umano che è dentro di sé, lontano dal rigido formalismo delle foto ufficiali.

D – Ci vuole parlare del suo interesse per le subculture

R – Accanto all’attività lavorativa per l’agenzia Contrasto, sviluppo progetti personali che appagano la mia passione per le sottoculture contemporanee (nel senso di culture meno conosciute) poiché in esse trovo l’ispirazione per uno studio dei volti, dei comportamenti, delle tradizioni, mettendo in luce un mondo poco conosciuto, ma ricco di fascino e di mistero. Lo scatto si trasforma in uno studio antropologico per immagini, che approfondisco con reportage sociali e di costume, di tendenze legate ad alcuni contesti di aggregazione, quali i rave parties, le feste di strada, le proteste di chi rivendica diritti, attento ad immortalare la casualità e non la posa artificiale scattata in uno studio fotografico.

D – Di recente ha pubblicato per Contrasto un libro fotografico “Appleby”. Ce lo vuole presentare?

R – Il volume raccoglie gli scatti realizzati tra il 2012 e il 2016, in occasione dell’annuale fiera dei cavalli che si svolge tra Irlanda e Gran Bretagna. L’evento raccoglie, nella prima settimana di giugno, migliaia di irish travellers, rom e gipsy dall’Intero Regno Unito, riuniti per ritrovare amici, parenti, fare festa insieme e ritrovare la loro cultura. Mi ha incuriosito il corto circuito che si innesca tra la peculiarità di un popolo nomade e l’attaccamento alla famiglia e alle tradizioni. Sono riuscito, attraverso immagini scattate pur con qualche difficoltà, poiché questa gente è restia a farsi fotografare, a cogliere aspetti inediti e affascinanti di un mondo sconosciuto. Sottolineo che non essendo appassionato di indagini sociali, ho fotografato con distacco nel tentativo di cogliere aspetti inediti delle persone che avevo di fronte, evitando ogni cliché o pregiudizio, mi interessava invece suscitare domande in chi avrebbe guardato i miei lavori. Il volume è arricchito dalle parole del premio Nobel per la letteratura Seamus Heaney (1933-2013), con un testo tratto da “District and Circle”.

D – Dopo l’esperienza lavorativa compiuta in Italia e all’estero, quali rapporti ha mantenuto con la sua città Rovigo?

R – Sto realizzando un Progetto in cui metto in atto la mia attitudine da improvvisatore e fotografo con il telefonino. Nei miei scatti cerco di trovare l’essenza della città, una realtà che m’incuriosisce molto e che considero “un luogo non luogo” o meglio un crocevia che si attraversa in fretta per giungere nelle città più importanti del territorio veneto o emiliano. Sto eseguendo una mappatura di Rovigo, cerco di esplorare i luoghi di ritrovo, le vie, le piazze, il mercato, il rapporto dei residenti con la religione, la loro passione per il rugby e tanto altro ancora…Adotto la tecnica dello “street photography”, con scatti rubati ai passanti nei vari contesti cittadini.

D – E per concludere, cosa farà da grande?

R – Avrò sempre nuove storie da raccontare, persone e situazioni da conoscere e nuovi obiettivi da raggiungere. Cercherò di immortalare la nuda realtà umana, depurando le apparenze e esaltando la sfaccettata, semplice unicità di ogni corpo.

 

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