
LA CONVIVIALE DEL CIRCOLO DEGLI AMICI DELL’ARTE

“DEL PAESAGGIO E DEL COLORE”
“Quanto un’opera d’arte che rappresenta un paesaggio con le sue luci, ombre, colori, può catturare lo sguardo e suscitare l’emozione di chi la osserva?” All’interessante quesito posto dai soci del Circolo Polesano degli Amici dell’Arte, presieduto da Giorgio Lazzarini, darà una risposta la dott.ssa Irene Gianello, curatore e critico d’arte.


Il tema “Del paesaggio e del colore” verrà trattato nella conviviale di giovedì 17 p.v. dalle ore 20 presso il ristorante “Le Betulle” dell’Hotel Regina Margherita. La rappresentazione del paesaggio, presente da sempre nella storia dell’arte, ha avuto diverse funzioni, da quella ancillare, quando veniva usato da sfondo di un soggetto, sino a divenire indipendente e raffigurato con la propria autonomia all’interno di una rappresentazione d’arte. Sin dai tempi lontani i paesaggi venivano raffigurati come sfondi poco realistici, astratti, piatti e privi di spazio e si è giunti al tardo medioevo con l’affermazione del gotico per vederli ritratti in modo prospettico sempre più evidente. Solo nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento, con Brunelleschi che inventa la prospettiva lineare e Leonardo quella aerea, i paesaggi appaiono più vicini al mondo reale, anche se l’uomo rimane il protagonista principale delle rappresentazioni. Dobbiamo giungere al Cinquecento perché esso inizi ad avere un genere autonomo, che aumenta il suo ruolo sino al Vedutismo del 1700. Sono famose le opere di Canaletto, in cui i paesaggi rappresentano oggettivamente scorci di città molto conosciute, in cui il pittore ha creato atmosfere attraverso il colore e la luce. Procedendo poi sino alla cultura romantica, che esalta la spiritualità e le emozioni, la Natura spesso rappresentata in modo spontaneo e selvaggio si presta molto bene a esternare i sentimenti e gli stati d’animo dell’artista.

Nel secolo successivo, le esperienze impressioniste dei pittori francesi approdano ad un superamento della visione naturale per creare sperimentazioni, fuori dalle classificazioni accademiche, per divenire la traduzione di uno stato d’animo, espressione di se stessi. Il segno più significativo di questa moderna interpretazione del paesaggio si può trovare nei celebri dipinti di Vincent van Gogh, in cui il quadro non descrive più una realtà oggettiva, ma quella che l’artista aveva dentro o comunque come lui la vedeva e non riusciva a trasmettere agli altri. La riflessione si conclude con le Avanguardie storiche del Novecento, che sperimentarono nuove forme artistiche che lasceranno il segno in tutta l’arte contemporanea.


L’interessante tema della serata, costituirà la preparazione alla visita alla mostra del 27 maggio p.v. a Conegliano su “La modernità del paesaggio” dell’artista Teodoro Wolf Ferrari.